
Puoi lasciare tuo marito e separarti anche se non hai un’altra casa e non hai un lavoro o un reddito tuo. Prima di cercare un posto dove andare, però, conviene chiedersi se debba essere proprio tu ad andartene. Se i figli vivono con te, il giudice della separazione può assegnarti la casa familiare anche quando è di proprietà di tuo marito, e può stabilire un assegno di mantenimento per te e un contributo per i figli. Finché non decide, salvo che in casa ci sia violenza, puoi restare dove sei.
Se invece decidi di uscire, o sei costretta a farlo, conta il modo. Chi si allontana dalla casa familiare senza una giusta causa perde temporaneamente il diritto all’assistenza del coniuge e rischia l’addebito della separazione, cioè la perdita dell’assegno di mantenimento. La legge, però, considera giusta causa la stessa domanda di separazione (art. 146 c.c.). E se hai paura per la tua sicurezza o per quella dei tuoi figli, uscire per proteggerti è un allontanamento giustificato, a condizione di poter dimostrare che cosa è successo.
Se sei in pericolo adesso, chiama il 112. Il 1522 è il numero antiviolenza gratuito, attivo giorno e notte: ti ascolta e ti mette in contatto con il centro antiviolenza più vicino.
La prima domanda: in casa c’è violenza?
La risposta cambia l’ordine delle cose da fare. Se tuo marito ti aggredisce, ti minaccia, controlla i tuoi soldi, il telefono o i tuoi spostamenti, la priorità è metterti al sicuro, e la legge ti offre strumenti sia per andare via sia per far allontanare lui. Se il matrimonio è finito ma non c’è pericolo, hai il tempo di organizzarti; uscire di casa senza un piano, invece, può indebolire la tua posizione.
Se c’è violenza: uscire per proteggerti non è abbandono
Dove andare subito
Nelle prime ore servono pochi contatti: il 112 per un’emergenza, il 1522 anche solo per capire che cosa fare, un centro antiviolenza, dove i servizi sono gratuiti e ci si può rivolgere anche senza aver presentato denuncia. Se non hai un posto sicuro, il centro antiviolenza o i servizi sociali possono indirizzarti a una casa rifugio, una struttura a indirizzo riservato che accoglie donne e figli. Se sei stata ferita, vai al pronto soccorso e fatti rilasciare il referto: è anche una prova.
Nella città metropolitana di Bologna operano diversi centri antiviolenza, tra cui la Casa delle donne per non subire violenza a Bologna e Trama di Terre a Imola; l’elenco aggiornato è pubblicato dalla Città metropolitana di Bologna.
Perché in questo caso andare via è giustificato
Un caso deciso dal Tribunale di Bologna mostra come il giudice valuta un’uscita di casa dettata dalla paura. Qualche mese prima il marito aveva rotto il naso alla moglie con una testata; una sera tornò a casa ubriaco e lei se ne andò, chiedendo ospitalità a un’amica, e pochi giorni dopo presentò denuncia ai Carabinieri. Il marito sostenne che il colpo era stato un incidente. Il Tribunale ha ritenuto credibile il racconto della moglie, sostenuto dal certificato del pronto soccorso e dalle fotografie, e ha concluso:
Trib. Bologna, sez. I, 20 settembre 2018, n. 2523
«l’allontanamento dalla casa familiare […], avvenuto nel gennaio 2012 – trovatasi di fronte al marito ubriaco, e timorosa per possibili comportamenti violenti ad opera del partner – era giustificato dai precedenti che avevano già visto la donna vittima di aggressioni […]»
La separazione è stata addebitata al marito. La sentenza ricorda anche che, per l’addebito, può bastare un solo episodio di violenza fisica, un principio richiamato di recente anche dalla Corte d’appello di Bologna (App. Bologna, 6 maggio 2026, n. 1308). Per chi deve decidere oggi, la parte utile della vicenda riguarda le prove: la moglie aveva un referto, delle fotografie e una denuncia presentata pochi giorni dopo l’uscita, ed è su questi elementi che il Tribunale ha ritenuto credibile la sua paura.
Far uscire lui, invece di andartene tu
Andartene non è l’unica possibilità. Se la condotta del marito causa un grave pregiudizio alla tua integrità fisica o morale o alla tua libertà, puoi chiedere al giudice civile un ordine di protezione (artt. 473-bis.69 e 473-bis.70 c.p.c.). Il giudice può ordinargli di cessare la condotta e di allontanarsi dalla casa familiare, vietargli di avvicinarsi ai luoghi che frequenti (il lavoro, la casa dei tuoi familiari, la scuola dei figli) e disporre l’intervento dei servizi sociali o di un centro antiviolenza. Può anche obbligarlo a versare un assegno periodico a chi, per effetto del provvedimento, resta senza mezzi adeguati, se necessario trattenuto direttamente sullo stipendio. L’ordine dura al massimo un anno e può essere prorogato solo per gravi motivi.
Nel caso di Bologna appena visto la moglie lo ottenne con un decreto emesso prima ancora di sentire il marito, poi confermato: lui dovette lasciare la casa per sei mesi. All’epoca la norma era l’art. 342-bis c.c.; oggi la disciplina è nel codice di procedura civile, ma lo strumento è lo stesso. Accanto a questo rimedio ci sono quelli penali, a partire dalla denuncia. Li trovi spiegati nella guida su maltrattamenti e violenza in famiglia.
Se non c’è violenza: non sei obbligata ad andartene per prima
Restare in casa mentre si avvia la separazione
Vivere da separati sotto lo stesso tetto è scomodo, ma per qualche mese ha due vantaggi: non crea un abbandono da giustificare e lascia aperta la questione della casa fino alla decisione del giudice. La legge non fissa un limite di durata; ne parliamo nella pagina sulla separazione in casa.
Se tuo marito non è d’accordo a separarsi, si deposita un ricorso al Tribunale. Tra il deposito e la prima udienza non devono passare più di novanta giorni (art. 473-bis.14 c.p.c.), e a quell’udienza il giudice prende i provvedimenti temporanei e urgenti su figli, casa e assegno (art. 473-bis.22 c.p.c.). Se c’è un pregiudizio imminente e irreparabile, puoi chiedere che decida prima, anche senza sentire subito l’altra parte; in quel caso fissa un’udienza di conferma entro quindici giorni (art. 473-bis.15 c.p.c.). I tempi reali dipendono dal carico del tribunale: per Bologna ne parliamo nella pagina sulla separazione davanti al Tribunale di Bologna.
Quando siete d’accordo, potete stabilire insieme chi lascia la casa e quando, e scriverlo nell’accordo di separazione consensuale. In questo modo il momento e le condizioni dell’uscita li decidete in due, e restano scritti nell’accordo che il Tribunale recepisce.
Chi resta nella casa: decidono i figli, non la proprietà
La casa familiare viene assegnata tenendo conto prima di tutto dell’interesse dei figli (art. 337-sexies c.c.). Cambia tutto a seconda che ci siano figli e di chi sia la casa.
Ci sono figli minorenni, o maggiorenni non ancora autosufficienti. La casa va di regola al genitore con cui i figli vivranno stabilmente, anche se è di proprietà dell’altro o di entrambi. Se oggi sei tu a occuparti dei figli, uscire da sola può complicare proprio questo punto.
Non ci sono figli, o sono autosufficienti. Il giudice non può assegnare la casa a nessuno dei due. Nello stesso caso di Bologna visto sopra, la moglie aveva chiesto l’assegnazione della casa, di cui si era dichiarata l’unica proprietaria, ma il Tribunale ha osservato che
Trib. Bologna, sez. I, 20 settembre 2018, n. 2523
«le rispettive domande attinenti all’assegnazione della casa coniugale […], non sono ammissibili in assenza di prole»
In questi casi l’uso della casa segue la proprietà. Se è intestata solo a tuo marito, prima o poi sarai tu a lasciarla; il costo di un nuovo alloggio, però, può entrare nella valutazione delle condizioni economiche quando il giudice decide sull’assegno. Se la casa è tua, o è in comproprietà, il discorso cambia; lo spieghiamo nella guida sulla casa coniugale.
La casa è in affitto. Se il contratto è intestato a tuo marito e il giudice assegna la casa a te nella separazione giudiziale, subentri tu nel contratto di locazione; nella separazione consensuale succede lo stesso, se lo concordate (art. 6, commi 2 e 3, l. 392/1978). Non serve il consenso del proprietario.
Se il giudice ha già deciso e tuo marito non se ne va, le strade sono descritte nella pagina su cosa fare se il marito non vuole lasciare la casa. Se invece ti ha chiesto, o ordinato, di uscire, leggi la guida su cosa fare se si viene cacciati di casa: non sei tenuta ad andartene perché te lo dice lui.
Se decidi di andartene: come farlo senza indebolire la tua posizione
Che cosa dice la legge
Il matrimonio comporta l’obbligo di coabitazione (art. 143 c.c.). Chi si allontana dalla residenza familiare senza giusta causa e rifiuta di tornarvi perde, finché dura l’allontanamento, il diritto all’assistenza morale e materiale dell’altro coniuge (art. 146, primo comma, c.c.). Il secondo comma dello stesso articolo aggiunge la regola che interessa a te: la proposizione della domanda di separazione costituisce giusta causa di allontanamento.
La Cassazione l’ha applicata a una moglie che aveva lasciato la casa e, qualche mese dopo, aveva chiesto la separazione. Il Tribunale le aveva addebitato la separazione per l’abbandono e la Corte d’appello aveva confermato; la Cassazione ha cassato la sentenza, ricordando che l’art. 146 c.c.
Cass. civ., sez. I, 29 settembre 2015, n. 19328
«precisa che il diritto all’assistenza morale e materiale è sospeso soltanto nei confronti del coniuge che si allontani senza giusta causa, e tuttavia la proposizione della domanda di separazione costituisce giusta causa di allontanamento.»
Secondo la stessa sentenza, la domanda presentata poco dopo l’uscita di casa era di per sé una prova che la convivenza era già diventata intollerabile. Il principio è stato ripreso testualmente dalla Cassazione nel 2019 (Cass. civ., sez. VI, 18 giugno 2019, n. 16222, ordinanza). In pratica, chi esce e deposita subito la domanda è in una posizione molto più solida di chi esce e lascia passare i mesi.
Andarsene, di per sé, non è un reato. Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.) riguarda chi, anche abbandonando il domicilio domestico, si sottrae agli obblighi verso il coniuge o verso i figli; non chi esce di casa e continua a occuparsi di loro. Le altre conseguenze sono spiegate nella guida sull’abbandono del tetto coniugale.
Chi deve provare che avevi un buon motivo
Su questo punto la Cassazione non è stata uniforme. Nella sentenza del 2015 appena vista, la prova che l’allontanamento avesse causato la crisi era a carico del coniuge che chiedeva l’addebito. La pronuncia più recente che abbiamo esaminato va nella direzione opposta:
Cass. civ., sez. I, 30 marzo 2025, n. 8366 (ordinanza)
«in relazione all’allontanamento è colui che ha posto in essere la condotta violativa degli obblighi matrimoniali a dover provare la giusta causa e/o la preesistenza di una intollerabilità della convivenza.»
Conviene quindi prepararsi come se la prova toccasse a te. La stessa ordinanza spiega che cosa si intende per giusta causa: la presenza di
Cass. civ., sez. I, 30 marzo 2025, n. 8366 (ordinanza)
«situazioni di fatto di per sé incompatibili con la protrazione di quella convivenza, ossia tali da non rendere esigibile la pretesa di coabitare»
In concreto occorre dimostrare che l’uscita è stata provocata dal comportamento dell’altro coniuge, oppure che la convivenza era già intollerabile quando te ne sei andata. Un esempio di giusta causa senza violenza viene da Bologna: il Tribunale aveva ritenuto giustificato l’allontanamento di una moglie che aveva scoperto che il marito cercava compagnie femminili su internet, e la Corte d’appello ha confermato la decisione (App. Bologna, sez. I, 26 novembre 2014, n. 2402).
Anche un accordo tra voi può essere una giusta causa. Lo ha detto la Cassazione nel 2016, spiegando che chi è uscito di casa deve provarla e che questa
Cass. civ., sez. VI, 15 dicembre 2016, n. 25966 (ordinanza)
«potrebbe consistere in un comportamento negativo del coniuge o magari in un accordo tra i due coniugi per dare vita, almeno temporaneamente, ad una separazione di fatto, in attesa di una successiva formalizzazione.»
Se un accordo c’è, quindi, va messo per iscritto. Basta anche un messaggio o una mail in cui tuo marito prende atto che te ne vai, e perché: in causa è una prova con una data, più affidabile di una ricostruzione fatta mesi dopo. Il quadro completo è nella pagina sull’addebito della separazione.
I passi prima di uscire
- Parla con un avvocato prima, non dopo. Le decisioni delle prime settimane (dove vanno i figli, chi paga cosa, che cosa porti via) creano situazioni di fatto difficili da cambiare in seguito.
- Deposita la domanda di separazione, o falla depositare subito dopo. È la domanda, per legge, a costituire la giusta causa. Una lettera in cui comunichi la tua decisione e le ragioni è utile come prova, ma non ha lo stesso effetto.
- Se c’è un accordo, scrivilo. Anche in forma semplice: chi esce, da quando, come vi organizzate con i figli e con le spese.
- Raccogli i documenti. Carta d’identità, tessera sanitaria e documenti dei figli; le ultime dichiarazioni dei redditi e le buste paga tue e, se puoi, di tuo marito; estratti conto; contratto di mutuo o di affitto; referti, denunce, messaggi. L’elenco completo è nella pagina sulla consulenza per la separazione.
- Porta con te le cose personali, non i beni di casa. Mobili ed elettrodomestici restano dove sono finché non si decide; per il resto c’è la guida sul ritiro degli effetti personali.
- Non svuotare il conto cointestato. Un prelievo fatto all’ultimo momento può essere letto come una violazione della fiducia tra coniugi; è uno degli errori da evitare prima di separarsi.
Se ci sono figli: andare con loro o senza di loro
La scelta della residenza abituale dei figli è una delle decisioni di maggiore interesse che i genitori devono prendere insieme (art. 337-ter, terzo comma, c.c.). Trasferirti con i bambini in un’altra città senza il consenso del padre, fuori da una situazione di pericolo, espone a contestazioni proprio sul terreno su cui poi si discuterà di affidamento.
Diverso è il caso in cui esci con i figli perché sei costretta. La Cassazione ha confermato l’assegnazione della casa a una madre che se n’era andata con la figlia a vivere dai propri genitori: la Corte di merito aveva ritenuto che l’allontanamento fosse stato forzato da iniziative del padre, e per questo non gli ha dato peso contro il carattere di casa familiare dell’immobile (Cass. civ., sez. I, 2 febbraio 2015, n. 1860, relativa a una coppia non sposata).
Il rischio opposto riguarda le partenze che si prolungano. Per la Cassazione la casa familiare è quella in cui i figli hanno stabilmente il centro della loro vita, e un uso del tutto saltuario esclude che lo sia ancora (Cass. civ., sez. VI, 6 maggio 2019, n. 11844, ordinanza). Il caso riguardava una figlia maggiorenne trasferitasi all’estero, ma il criterio aiuta a capire il rischio: se ti stabilisci altrove con i figli per molti mesi senza chiedere nulla al giudice, rischi che la vecchia casa non sia più considerata la loro.
Uscire da sola e lasciare i figli con il padre ha a sua volta un costo, anche se non esiste una regola scritta: il giudice valuta la situazione concreta, e i mesi in cui i figli hanno vissuto con lui saranno parte di quella situazione. Per questo, se esci, con o senza i figli, conviene chiedere presto i provvedimenti del giudice. I criteri con cui decide sono spiegati nella pagina sull’affidamento dei figli.
Dove andare, concretamente
Da familiari o amici. Per le prime settimane è la soluzione più immediata, se c’è qualcuno disposto ad accoglierti. Se porti con te i figli, cerca di non interrompere scuola e abitudini, e tieni traccia di come li organizzi: sarà utile quando il giudice deciderà sul collocamento.
In affitto, anche piccolo. Il costo dell’alloggio può rientrare tra gli elementi che il giudice considera quando decide l’assegno per te e il contributo per i figli, come nel caso di Bologna descritto più avanti. Conserva il contratto e le ricevute.
In un centro antiviolenza o in una casa rifugio, se la ragione per cui te ne vai è la violenza. L’accoglienza è gratuita e può comprendere un sostegno per trovare lavoro e casa, come nel caso di Bologna descritto più avanti.
Con l’aiuto dei servizi sociali del Comune. Lo sportello sociale del tuo Comune può valutare soluzioni di accoglienza temporanea, contributi per l’affitto e la domanda per un alloggio di edilizia residenziale pubblica. Requisiti, bandi e tempi variano da Comune a Comune, e per la casa popolare le attese possono essere lunghe: è una strada da avviare subito, non una soluzione per la prima notte.
Un percorso deciso a Bologna
Un caso deciso nel 2026 mostra come queste strade si combinano. Una madre di tre bambini, che non aveva mai lavorato, aveva subito violenze e vessazioni dal marito. Si era rivolta al centro antiviolenza Trama di Terre di Imola, che l’aveva accolta con i figli in un alloggio protetto. Lì aveva iniziato un tirocinio da 300 euro al mese; poi aveva trovato un lavoro a tempo indeterminato come collaboratrice domestica, da 700-800 euro al mese, e un alloggio con un canone di 350 euro al mese.
Il Tribunale di Bologna (sentenza n. 2588/2024) ha addebitato la separazione al marito, ha affidato i figli in via esclusiva alla madre e ha posto a carico del padre un assegno di 200 euro al mese per lei, un contributo di 750 euro al mese per i tre figli e il 60% delle spese straordinarie, con decorrenza dalla domanda. La Corte d’appello ha respinto l’appello del marito (App. Bologna, 6 maggio 2026, n. 1308). La madre era stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato, e le spese del giudizio d’appello liquidate a suo favore sono state poste a carico del marito e destinate allo Stato.
È una singola vicenda, con fatti molto gravi, e non dice quanto otterrà chi si trova in una situazione diversa. Mostra però un punto che vale anche negli altri casi: in quella causa le somme stabilite dal giudice sono dovute dalla data della domanda, ed è uno dei motivi per non rimandarne il deposito.
Con quali soldi, se non hai un lavoro
Assegno di mantenimento e contributo per i figli
Nella separazione, se non hai redditi adeguati e la separazione non è addebitata a te, puoi chiedere un assegno di mantenimento (art. 156 c.c.). Per i figli, l’altro genitore deve versare un contributo commisurato ai redditi di entrambi, ai tempi trascorsi con ciascuno e alle loro esigenze. Come si calcolano lo spieghiamo nelle guide sull’assegno di mantenimento e sul mantenimento dei figli.
L’avvocato pagato dallo Stato
Se il tuo reddito imponibile non supera 13.659,64 euro all’anno, puoi chiedere il patrocinio a spese dello Stato. Nella separazione conta solo il tuo reddito, non quello di tuo marito, anche se vivete ancora insieme. Requisiti e domanda sono nella guida su come separarsi senza soldi.
Gli aiuti pubblici
Il reddito di cittadinanza non esiste più: dal 2024 è stato sostituito dall’assegno di inclusione (d.l. 48/2023), che si chiede all’INPS e dipende dall’ISEE del nucleo familiare. Chi è inserita in un percorso di protezione per violenza di genere costituisce sempre un nucleo familiare a sé, anche ai fini dell’ISEE (art. 2, comma 6, lett. b-bis): il reddito del marito non si somma al suo.
Per le donne vittime di violenza seguite da un centro antiviolenza e dai servizi sociali, in condizione di bisogno, c’è anche il reddito di libertà: con l’aumento deciso nel 2025 il contributo è di 530 euro al mese, per un massimo di dodici mesi, nei limiti dei fondi disponibili. La domanda non si presenta direttamente all’INPS, ma tramite il Comune.
Se lavori come dipendente e sei inserita in un percorso di protezione certificato dai servizi sociali, da un centro antiviolenza o da una casa rifugio, hai diritto a un congedo fino a tre mesi, da usare nell’arco di tre anni, pagato al 100% dell’ultima retribuzione (art. 24 d.lgs. 80/2015). Al datore di lavoro va dato un preavviso di almeno sette giorni, salvo impossibilità.
Per i figli c’è poi l’assegno unico universale: come viene diviso tra i genitori dopo la separazione dipende dall’affidamento e dagli accordi, ed è un punto da chiarire subito.
Domande frequenti
Se esco di casa prima di chiedere la separazione perdo il mantenimento?
Non automaticamente. Lo rischi se te ne vai senza giusta causa e la tua uscita viene considerata la causa della crisi: in quel caso possono arrivare la sospensione del diritto all’assistenza (art. 146 c.c.) e l’addebito, che fa perdere l’assegno di mantenimento. Se la convivenza era già intollerabile, o se depositi presto la domanda di separazione, il rischio si riduce.
Mio marito mi dice di andarmene: devo farlo?
No. Finché il giudice non decide sulla casa, entrambi avete diritto di abitarla, anche se è intestata a lui. Se ti impedisce di entrare o ti chiude fuori, ci sono rimedi specifici.
Mi può denunciare per abbandono del tetto coniugale?
L’abbandono del tetto coniugale non è un reato in sé. Diventa rilevante penalmente solo se, andando via, ti sottrai agli obblighi di assistenza verso di lui o verso i figli (art. 570 c.p.).
Posso andare da mia madre con i bambini per qualche giorno?
Un periodo breve, per una ragione seria, è diverso da un trasferimento. Se c’è violenza, mettere al sicuro te e i figli viene prima; poi va chiesto subito un provvedimento al giudice. Se non c’è, conviene accordarsi con il padre per iscritto e non lasciare che i giorni diventino mesi senza una decisione.
Quanto ci vuole perché il giudice decida su casa e mantenimento?
Per legge la prima udienza va fissata entro novanta giorni dal deposito del ricorso, e in quell’udienza il giudice adotta i provvedimenti provvisori. Nei casi urgenti si può ottenere una decisione prima. I tempi effettivi dipendono dal tribunale.
Prima di decidere
Prima di uscire, quindi, servono tre risposte: se c’è un pericolo, se ci sono figli che vivono con te, se la domanda di separazione è già depositata o lo sarà nei prossimi giorni. Se c’è un pericolo, la priorità è metterti al sicuro, anche chiedendo al giudice che sia lui ad allontanarsi; se non c’è, restare in casa finché il giudice decide, o uscire con la domanda depositata o con un accordo scritto, protegge il tuo diritto al mantenimento e la possibilità di tornare nella casa con i figli.
Se vuoi capire quale strada si adatta alla tua situazione, puoi fissare un primo colloquio con l’Avv. Davide De Matteis, in studio a Calderara di Reno (BO) o in videochiamata, collegandoti da un luogo in cui tuo marito non possa sentirti. Porta i documenti che hai su casa, figli e redditi: sono quelli da cui si parte per capire che cosa puoi chiedere. Quando la separazione sarà conclusa, il passo successivo sarà il divorzio, che si può chiedere solo dopo i tempi minimi previsti dalla legge.